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Per una cultura indipendente

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23/11/2012 di Andrew S. Marini

Sono nato nel 1991, alle soglie di Tangentopoli e della discesa in campo di Berlusconi. Chi è nato in Italia e fa parte della mia generazione non ha conosciuto altre forme di politica istituzionale. Il fare politica, tuttavia, prescinde dalle organizzazioni partitiche e dalle gerarchie del potere. L’ho imparato nei luoghi in cui sono cresciuto: il Carmine, quartiere melting pot, che ho sempre considerato la mia autentica Scuola; l’Arnaldo, rigido Liceo fuori dal tempo e lontano dai tempi, eppure caratterizzato da un’irrefrenabile vita studentesca e culturale; Sanpolino, non-luogo in cui mi sono trasferito all’età di 17 anni e nel quale ho accresciuto la mia coscienza ecologista.

Ho imparato a fare politica sin da bambino, quando a scuola i compagni migranti aumentavano con il passare degli anni, sino a divenire una maggioranza, costringendo così gli insegnanti ad aggiornare i propri parametri di valutazione attraverso un percorso di relazione che implicava crescita sia per i docenti che per gli studenti.

Ho imparato a fare politica nel confronto attivo con i miei coetanei, nei Collettivi e nelle Assemblee d’Istituto dove già s’innescavano i meccanismi gerarchici plasmati ad immagine e somiglianza di quelli dei “grandi”.

Ho imparato a fare politica grazie al Comitato Spontaneo Contro le Nocività e alla sua impostazione libertaria: nessun portavoce, nessuna delega ed unanimità nelle decisioni.

Ed ho imparato, soprattutto, che fare politica significa fare Cultura. Come diceva Aristotele, del resto, l’essere umano è per natura creatura politica, ossia costruttrice di “Polis”. E la società si costruisce solamente attraverso il confronto, il dialogo e la condivisione di contenuti.

Un’Amministrazione che non ha a cuore i “Beni Comuni” è, innanzitutto, un organismo che agisce antipoliticamente e, di conseguenza, produce ignoranza. Ma la soluzione non deve limitarsi ad un semplice ribaltamento formale delle cristallizzate strutture partitiche; è necessario, invece, tornare a proporre contenuti condivisi partendo da una radicale analisi dello stato sociale ed ambientale del territorio in cui viviamo.

Per questo mi sono riconosciuto immediatamente nel progetto Brescia Solidale e Libertaria: l’Assemblea Pubblica sovrana e la rotazione delle cariche sono strumenti che favoriscono la realizzazione di una democrazia effettiva, avulsa dai personalismi e dalle deleghe, partendo da presupposti indispensabili quali l’antirazzismo e l’antifascismo, pregiudiziali irrinunciabili per il politikos anthropos.

A Brescia sono tante le organizzazioni, i circoli, le associazioni che si fanno portavoce di interessanti ed innovativi progetti artistici e culturali, proponendo nuovi modi di rapportarsi alle mutazioni del contesto sociale e nuovi stimoli per riflettere su diverse forme d’interpretazione della realtà. Purtroppo, ad oggi, questi percorsi non hanno goduto della dovuta considerazione, rimanendo sempre in secondo piano rispetto ai “grandi eventi” ed alle “grandi mostre” cittadine, iniziative nelle quali il commercio e gli interessi economici sopravvengono alla creatività ed alla libera espressione. E quanti i cinema, i teatri, le gallerie, i circoli che negli ultimi anni hanno dovuto fare i conti conle nuove distopie promulgatrici di pseudocultura; centri commerciali e multisale suppliscono alle piazze, ma il chiasso ed il caos non facilitano né la riflessione, né la comprensione.

La vita sociale di Brescia non è e non può essere relegata alla movida giovanile ed alle fiere mangerecce. E’ evidente la necessità di ricominciare a pensare in piccolo per raggiungere risultati grandi, partire dal basso e supportare gli spazi dove la creatività indipendente, la cultura libera e la controinformazione crescono in autonomia, senza però influenzarli, né trasformarli in vetrine propagandistiche.

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